Occhio e luce blu: facciamo il punto

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La luce blu e una persona che osserva un monitor al buio

Autori

Alessandro Arrigo, Emanuela Aragona, Luigi Capone. 

Dipartimento di oftalmologia, Università Vita-Salute, Istituto scientifico IRCSS San Raffaele, Milano

 

E' noto da tempo che non tutta la luce fa bene agli occhi.

Nonostante la luce rappresenti l’elemento fondamentale per il processo della visione, il suo spettro di lunghezze d’onda ne comprende di più o meno nocive.

L’occhio umano è in grado di percepire la luce nello spettro compreso tra 390 e 700 nanometri (nm). Tutto ciò che si trova al di sopra di questi valori viene definito infrarosso; le lunghezze d’onda al di sotto costituiscono lo spettro dell’ultravioletto.

Una ben nota fonte di luce nociva è rappresentata dagli UV (A e B) prodotti dalla radiazione solare; la dimostrazione di un progressivo danno all’occhio ha portato allo sviluppo di appositi filtri, oggi inclusi nella stragrande maggioranza delle lenti.

Da poco tempo sono emerse le prime evidenze scientifiche riportanti un’altra famiglia di lunghezze d’onda potenzialmente nocive per l’occhio, ovvero quelle comprese tra il 380 ed i 500 nm; si tratta dello spettro della luce blu.

Questa particolare radiazione viene emessa in maniera più o meno evidente da tutte le fonti luminose, sebbene le fonti di luce definita “fredda”, come la luce LED, siano quelle in assoluto più produttrici di tale spettro luminoso. Le luci LED sono diffusamente utilizzate in diversi ambiti; rappresentano infatti una fonte luminosa ad alto rendimento e basso costo.

Lue blu, parliamo di LED

I LED sono stati largamente adottati per i fari delle automobili e per i display di smartphone, tablet e schermi televisivi di ultima generazione, in quanto fonte di maggior risoluzione e nitidezza dei colori rispetto alle tecnologie precedenti.

Per farla breve, il cosiddetto inquinamento da luce blu è intorno a noi, e continua ad aumentare.

In realtà non tutto lo spettro di luce blu dovrebbe essere etichettato come nocivo; è noto infatti che la luce blu può essere divisa in due sottogruppi, quello della luce blu-turchese e quello della blu-viola.

La prima è considerata una luce benefica, in quanto contribuisce alla corretta regolazione del ciclo sonno-veglia. La luce blu-viola, invece, rappresenta la fonte di danno per le strutture oculari, prima tra tutte la retina.

Per quanto ancora siano relativamente poche le evidenze scientifiche descriventi gli effetti di tale luce sulla retina, comincia ad essere ben chiaro che essa possa determinare l’insorgenza di un danno soprattutto a livello dell’epitelio pigmentato retinico.

Questo si tradurrebbe in una minore capacità di ottemperare al compito fisiologico di eliminare il materiale di scarto della retina, il quale si accumulerebbe sotto forma di drusen.

Questo fenomeno stimolerebbe l’infiammazione locale, attraverso un incremento della produzione di radicali liberi dell’ossigeno, innescando un processo a cascata di progressiva degenerazione retinica.

Quindi, in pratica, la luce blu favorirebbe l’insorgenza della patologia nota come degenerazione maculare legata all’età e ne accelererebbe la progressione.

Inoltre la luce blu avrebbe effetti negativi anche sui pazienti affetti da sindrome dell’occhio secco; la sua eliminazione, attraverso appositi filtri, si assocerebbe infatti ad un miglioramento del disconfort visivo di questa categoria pazienti.

Come per tutte le cose, anche per la protezione dalla luce nociva la natura ci ha fornito di appositi filtri naturali.

La cornea infatti è molto efficace nell’assorbire gli UV, mentre il cristallino sarebbe il principale filtro della luce blu.

Tuttavia, tali filtri tendono a diminuire in quanto ad efficacia; per tale motivo è assolutamente indicato l’utilizzo di specifici filtri artificiali. Per quanto riguarda la luce blu, le sempre più crescenti campagne di sensibilizzazione del problema hanno contribuito a sviluppare le prime soluzioni. Le case produttrici di schermi LED hanno iniziato ad introdurre filtri “blue-free”, per quanto non siano del tutto efficaci nel proteggere dalla luce blu. Inoltre, vengono utilizzati poco dagli utenti in quanto riducono drasticamente la qualità delle immagini proiettate sugli schermi. Dall’altro versante, le case produttrici di lenti oftalmiche sono riuscite a sviluppare filtri in grado di schermare la luce blu. Tali tecnologie sono in continua evoluzione e le soluzioni vengono sempre più affinate, ma è possibile dichiarare che già oggi tali strumenti sono in grado di fornire una buona protezione dalla luce blu. Inoltre, sono in fase di studio anche sostituti lacrimali in grado di interferire con il passaggio della luce blu, ed alcuni sono già in commercio, sebbene ancora la loro reale efficacia necessiti di ulteriori evidenze scientifiche.

Infine, una grossa fetta del problema riguarda la protezione dalla luce blu dopo l’asportazione del nostro filtro naturale, degradato in seguito al fisiologico invecchiamento; è infatti noto che l’intervento di cataratta rappresenta una procedura alla quale ormai la maggior parte della popolazione deve sottoporsi, essendo aumentata in maniera significativa l’età media. Inoltre, sono drasticamente cambiate le abitudini di vita degli “over sessanta”, essendo ormai persone sempre più dinamiche ed utilizzatrici di dispositivi tecnologici come tablet e smartphone. Da qui la necessità e prospettiva futura di sviluppo di lenti intraoculari munite di filtro anti luce blu, in grado di ridimensionare in maniera considerevole il rischio di danno retinico.

Conclusione: occhio e luce blu

In conclusione non dovrebbe passare il messaggio della luce blu intesa come fonte di ogni male. Piuttosto è necessario assumere sempre maggior consapevolezza del problema al fine di stimolare il continuo sviluppo e miglioramento degli strumenti di protezione e soprattutto del loro utilizzo da parte della popolazione.

 

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