Michele Palla

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il jukebox
la mia scatola delle emozioni

a cura di Thea Farma

Tra gli anni ‘50 e ‘60 i jukebox sono stati anche in Italia simbolo di una vera e propria rivoluzione musicale e sociale. Lo furono per diversi anni, arrivando al periodo d’oro negli anni ’70–‘80. Il jukebox in quegli anni diventò protagonista assoluto dell’intrattenimento, offrendo a intere generazioni una colonna sonora per le loro serate. Grazie ad una moneta questa “scatola musicale” si accendeva in un gioco di luci e musica regalando uno spettacolo che ha affascinato tutti. Questa magia è la passione del Dottor Michele Palla, dirigente di primo livello dell’unità operativa di chirurgia oftalmica dell’azienda ospedaliera universitaria pisana. Per lui il jukebox è una vera “scatola delle emozioni”, perché quando si accende è un viaggio nel tempo, pieno di ricordi e sensazioni.

Com’è nata la sua passione per i jukebox?

La passione è nata nell’adolescenza, erano gli anni d’oro per i jukebox. Soprattutto nelle sere d’estate nei lidi, il jukebox era il punto di aggregazione principale, bello da vedere, ma anche affascinante nel suo funzionamento: “scatolone luminoso” che faceva musica. Io sono stato conquistato soprattutto dal meccanismo e dal funzionamento di questo oggetto. Non mi limitavo solo a inserire le monete per sentirlo suonare, la cosa che più mi piaceva era vedere all’opera il gestore dell’apparecchio nel momento in cui, in caso di problemi, lo doveva aggiustare. Quando questo signore arrivava al lido, restavo al suo fianco mentre lo riparava: guardavo con attenzione la struttura interna, come lo sistemava e quali erano i tasti per azionare i dischi. Ogni volta restavo incollato a lui tanto che ad un certo punto, probabilmente non potendone più, andò dal proprietario del lido e gli disse che in futuro, in caso di malfunzionamento dell’apparecchio, poteva rivolgersi direttamente a me. Mi sentii veramente orgoglioso.

Questa passione com’è proseguita?

Con il passare degli anni le vacanze di tre mesi che facevo da bambino non c’erano più, il tempo libero a disposizione era diminuito e crescendo anche gli interessi sono diventati altri. La passione per il jukebox in età adulta però è riaffiorata. Entrando in alcuni bar di paese e trovando i vecchi jukebox a vinile, ormai fuori produzione, ma quelli che mi interessano, mi sono tornati alla mente i ricordi di infanzia, delle estati passate al mare, dei vecchi amici. Per me il jukebox è diventato una specie di “scatola delle emozioni” che mi ha permesso di rivivere i ricordi. In quel momento ho deciso che: ne avrei avuto uno in casa. Sono andato in un paesino vicino Pisa da uno di quei signori che li aggiustava d’estate nei lidi. Così ho acquistato il primo: un Wurlitzer modello Atlanta 2 del ’75. La passione è tornata, unita al fatto di aver conosciuto due amici con cui poterla condividere. Uno dei due ha lavorato per molto tempo nell’ambito dell’elettronica, è esperto di vecchi jukebox che hanno all’interno valvole e non transistor. Trovare questi amici, mi ha fatto tornare la voglia di dedicare del tempo a riparare, restaurare e far tornare a suonare questi oggetti.

Quanto tempo dedica ai jukebox?

Gli impegni familiari e lavorativi sono tanti e prendono la maggior parte del tempo, ma appena posso, nel fine settimana, mi dedico a questa passione. Con i miei due amici abbiamo sempre un jukebox da rimettere a nuovo. Nella zona di Pisa siamo conosciuti, abbiamo anche un sito internet (www.amicideljukebox.it). Chi possiede un jukebox lo porta da noi per sistemarlo dal punto di vista funzionale e estetico. La cosa più bella è girare per i mercatini, quando la moglie non ti “uccide”, per cercare i vinili. A seconda dell’anno di produzione del jukebox, vanno inseriti i dischi dell’epoca, perché il tipo di amplificazione è differente e di conseguenza anche il tipo di suono prodotto. Su un jukebox anni ’50 puoi mettere dischi di Elvis, mentre su uno anni ’70 è perfetta la disco music. Almeno una volta all’anno vado in Olanda a Rosmalen, dove c’è una delle più grandi esposizioni a livello europeo per appassionati di jukebox, in cui si trova di tutto. Pensavo di essere l’unico ad avere un jukebox in casa, in realtà molte altre persone lo hanno, ma non tutti hanno la mia stessa passione nel restaurarli. Moltissimi posseggono jukebox e flipper, oggetti simbolo di quegli anni. Io personalmente possiedo tre jukebox e anche un flipper, sono un vintage di natura.

La medicina invece, com’è arrivata nella sua vita?

In realtà è stata un po’ una scelta di ragionamento e non tanto di passione. Avrei voluto fare l’ingegnere elettronico, ma a volte la vita ti porta in direzioni diverse. Alla fine ho scelto medicina come i miei amici più cari del liceo. Tra le specializzazioni la scelta di oculistica è stata dettata anche dal fatto che in questa specialità l’ambito tecnologico ha un’importanza notevole e essenziale. Inoltre le strumentazioni oculistiche hanno avuto una notevole evoluzione tecnologica e in tempi molto rapidi, così da appassionato del funzionamento, ho scelto questa specializzazione anche in quest’ottica più tecnica.
Oggi in ospedale i colleghi mi conoscono anche come informatico, nel senso che oltre a fare il mio lavoro di oculista, sono anche programmatore: gestisco tutti i programmi delle cartelle cliniche, delle sale operatorie.
Occupandomi principalmente di chirurgia del segmento anteriore ed essendo responsabile della chirurgia oftalmica e refrattiva, sono a stretto contatto con laser e macchinari gestititi da ingegneri. Come vede un po’ di ingegneria me la sono tenuta nel mio lavoro.

Riesce a sintetizzare in una frase cos’è per lei la passione per l’oculistica?

La passione è nel risolvere il problema al paziente, aiutarlo. La soddisfazione è quando qualcuno viene da me con un grosso problema e poi sentirmi dire “il mio problema non c’è più”. Questa tra le sensazioni che ricevo dal mio lavoro è senz’altro la più forte.
S.M.

Al prossimo incontro!