Nicola Bolla

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Nicola Bolla

Benvenuti nella mia “wunderkammer”

a cura di Thea Farma

“Volevo fare il medico e volevo fare l’artista. Sono riuscito caparbiamente a fare tutte e due le cose”, dice così il Dottor Nicola Bolla, medico chirurgo oftalmologo che incontriamo a Torino dove si divide professionalmente tra medicina e creazione artistica. Per lui non solo una grande passione, ma un vero e proprio lavoro che lo ha condotto negli anni ad essere un affermato artista a livello nazionale e anche a livello internazionale. Il Dottor Bolla ha partecipato a due edizioni della Biennale di Venezia (1995 e 2009), le sue opere sono esposte in tutto il mondo, l’elenco dei suoi estimatori conta tra gli altri nomi lo stilista Calvin Klein e il cantante George Michael. Per il quarto appuntamento della rubrica “Oculisti…che passione!” entriamo nella sua “wunderkammer”, ovvero camera delle meraviglie. Un mondo affascinante e onirico fatto di oggetti di cristallo e non solo ispirati al mondo reale.

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Com’è diventato un artista?

Ho iniziato nel 1984 con la pittura e già dall’anno successivo è diventato un vero e proprio lavoro. Sono però diventato più noto con la produzione scultorea, grazie ad un caso fortuito. La prima scultura che ho realizzato era una sorta di ramo di corallo, riferimento alla “wunderkammer”, la camera delle meraviglie. Sono da sempre un appassionato collezionista e mi sarebbe piaciuto creare una collezione eterogenea fatta di “naturalia”, oggetti naturali modificati e di “mirabilia” oggetti artificiali modificati e creati per stupire. Sapevo che non avrei mai potuto trovare alcuni di questi oggetti attraverso la mia ricerca da collezionista, così ho iniziato a riprodurli. La creazione delle sculture è nata dall’idea di un ramo di corallo per poi arrivare a riprodurre oggetti che rispecchiavano le mie passioni da collezionista. Ho una raccolta di corone, le stesse che decoravano le sculture del periodo dal 1400 al 1800. Così ho deciso di realizzare la corona che non avrei mai potuto trovare: una scultura di 5 metri di diametro appoggiata su quattro sedie a simboleggiare l’idea del “re nudo”. Successivamente ho riflettutto su cosa potesse essere la “vanitas” nel mondo contemporaneo e così è nata l’idea di realizzare delle “vanitas”.

Ce la può spiegare?

Le “vanitas” sono i dipinti del 1500 in cui troviamo un teschio affiancato ad oggetti simbolo della ricchezza e del potere a simboleggiare un monito a non affezionarsi ai beni materiali, all’effimero. La mia idea della “vanitas” nasce da questa riflessione sul mondo contemporaneo: un lavoro concettuale che vuole ricreare una sorta di “memento mori” in chiave moderna. Ho riprodotto oggetti di uso comune come picconi, pale, batterie, mitra, kalashnikov, teschi utilizzando il cristallo “Swarovsky”, materiale che conferisce un forte valore simbolico e che concretizza questa riflessione sul mondo contemporaneo. Il cristallo estremizza il tema dell’effimero e della vanità: simulando il diamante, ma essendo in realtà vetro, ironizza sul tema del potere e del denaro. Le sculture, d’altra parte, acquistano leggerezza e trasparenza, diventano fatte di luce e perdono così fisicità allontanandosi dai canoni classici della scultura. Tutti gli oggetti riprodotti si chiamano “vanitas” proprio perché hanno in comune questo concetto. Ho esposto il primo teschio nel 1996, per quei tempi era un’iconografia nuova: esporre un teschio non era così ovvio, mentre oggi è un simbolo di uso comune molto diffuso. Al momento ho abbandonato l’idea di reinventare un oggetto singolo e mi sono rivolto ad un progetto di tipo installativo. Continuo a seguire la pittura e utilizzo una tecnica che ho inventato personalmente basato sull’uso dei pigmenti puri. La mia ricerca non è solo concettuale, ma anche sull’utilizzo di materiali inediti.

È riuscito a creare la sua “wunderkammer”?

Si, anche se è un progetto infinito. Quando creo un’opera anche per musei o mostre importanti, la immagino in una realtà privata, come se dovesse essere messa in una mia casa costruita sulle mie esigenze. La professione medica, con la libertà che mi offre, mi ha consentito di essere libero come artista senza dover compiacere il mercato dell’arte. A volte sorridendo dico che sono “il più grande collezionista di me stesso”, perché in questi anni ho tenuto molti lavori per me.

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Ha iniziato da giovanissimo con la professione artistica, ma come è arrivato a fare il medico oculista?

Volevo fare il medico e volevo fare l’artista. Sono riuscito caparbiamente a fare tutte e due le cose. Ciò che mi affascina ogni giorno della professione medica è il rapporto con i pazienti, ho una buona empatia con le persone. Mi piace pensare che ognuno di loro abbia una storia da raccontare ed il rapporto che si crea con i pazienti permette di creare una grande energia lavorativa. La possibilità di rapportarmi con il mondo e con le persone è il regalo più grande che ho ricevuto da entrambe le professioni.

Come concilia le due professioni?

Ho molto rispetto per entrambe e non le ho mai considerate come vasi comunicanti. Non mi sono mai posto il problema che non ci fosse il tempo per fare entrambe le cose. Fare l’artista è fondamentale per la mia vita e dato che il tempo che ho a disposizione è poco, concentro la mia attività e divento iper-produttivo. E’ difficile far capire che la creazione artistica è un vero lavoro e non un semplice hobby.

Riesce a riassumere in una parola o frase, cos’è per lei la passione per l’oculistica?

Trovo affascinante nell’oculistica la relazione con l’occhio e la visione. L’occhio è al centro del nostro universo, per me non è una struttura meramente fisica. Mi affascina pensare come le persone vedano differentemente le cose, infatti le immagini passano attraverso l’occhio e arrivano al cervello. Spesso le persone hanno un approccio inedito con le mie opere: ognuno vede qualcosa di diverso, l’immagine passa attraverso gli occhi, arriva al cervello, ma necessariamente passa attraverso le proprie esperienze personali, il proprio vissuto.
S.M.

Al prossimo incontro!