Paolo Rama

1053
Paolo Rama

Direttore dell’unità operativa di oculistica - cornea e superficie oculare dell’IRCCS ospedale San Raffaele di Milano

Dottor Rama ci racconta brevemente come è avvenuta la sua formazione professionale?

Ho avuto una formazione professionale abbastanza atipica. Nonostante fossi figlio di un chirurgo oculista non pensavo di seguire le orme paterne. Per anni mi sono dedicato alle regate con una carriera di velista semi-professionista e quella vita avrebbe potuto diventare la mia professione. Ho invece abbandonato le regate e dopo aver ripreso gli studi mi sono laureato all’Università di Padova e specializzato in oculistica all’Università di Modena con il Prof. Guerra. Ho iniziato prestissimo ad andare in sala operatoria, già da studente di medicina, ma in chirurgia generale, soprattutto addominale e traumatologia. All’inizio mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo d’urgenza e sono finito invece a fare il chirurgo oculista. Grazie a mio padre ho iniziato ad operare sugli occhi prestissimo, appena laureato. La svolta nella mia professione è stata però merito del prof. Mario Stirpe, caro amico di mio padre, che mi mandò a Baltimora per un research fellowship che ha cambiato la mia vita. All’età di 30 smisi l’attività clinica e per un anno mi dedicai, a Baltimora, solo alla ricerca. Tornato in Italia decisi che avrei scelto un settore monotematico e avrei affiancato la ricerca alla clinica. Da Mestre mi spostai, dopo aver vinto un concorso di aiuto ospedaliero, al SS Giovanni e Paolo di Venezia. Qui oltre a dedicarmi all’attività di routine di un reparto ospedaliero, organizzai un servizio dedicato alle malattie della cornea. Dopo sette anni decisi però di lasciare la carriera ospedaliera per dedicarmi interamente alle malattie della cornea e della superficie oculare, sia in clinica che in ricerca: mi licenziai dall’Ospedale di Venezia e mi trasferii, come consulente, al San Raffaele di Milano. Quando nel 2005 il Prof. Brancato andò in pensione don Verzè mi invitò a prendere la direzione dell’Oculistica e venni assunto come primario. Lì sono ancora e dopo lo sdoppiamento dell’oculistica in due Unità nel 2010, sono tornato a dedicarmi alla cornea e alla superficie oculare con la direzione dell’Unità di Oculistica-Cornea.

Lei è presidente della SITRAC e una delle persone più autorevoli del campo della clinica e della terapia delle patologie corneali. Come nasce il suo interesse per questo ambito oculistico?

Si potrebbe dire che il mio interesse per la cornea è “genetico”. Sono cresciuto a fianco di mio padre, ho ereditato la sua esperienza guardandolo, assorbito i suoi consigli e recepito i suoi limiti. Nel 1992 lasciai Mestre, spinto da lui che mi diceva di non imparare “i suoi difetti” e iniziai a dedicarmi in modo particolare alla cornea portando avanti molte delle sue intuizioni con costanza e rigore scientifico e soprattutto facendomi coinvolgere anche dalla ricerca.

Negli ultimi anni si è assistito ad una grossa innovazione in ambito trapiantologico, ci può delineare le tappe evolutive di questa tecnica?

In questi anni abbiamo assistito ad un vero “rinascimento” per la trapiantologia corneale. Le cheratoplastiche lamellari, anteriori e posteriori, hanno senza dubbio trasformato questa chirurgia. C’è stata poi l’applicazione della coltura delle cellule staminali dell’epitelio corneale per il trattamento delle ustioni oculari, un problema che fino a pochi anni fa non aveva molte soluzioni. Anche a questo riguardo ricordo le intuizioni di mio padre. In quegli anni era solito trattare il leucoma vascolarizzato in seguito ad una ustione con trapianti lamellari tettonici molto ampi, da limbus a limbus. Diceva che i migliori risultati si ottenevano con cornee “fresche” e non conservate liofilizzate o disidratate: già allora, quando ancora non era stato definito il concetto di deficit limbare e proposto il trapianto di cellule staminali, aveva intuito l’importanza del limbus nella rigenerazione dell’epitelio.

Cosa prevede come sviluppo per il futuro in questo ambito?

Sognando un po’, posso prevedere, innanzitutto, che si faranno sempre meno trapianti. Il trattamento di cross linking consente già oggi di stabilizzare il cheratocono evitando così il trapianto in molti casi: ricordiamo che il cheratocono era una volta la prima indicazione al trapianto di cornea in Italia. Le distrofie corneali ereditarie potrebbero in futuro trovare una soluzione nell’applicazione della terapia genica evitando così la manifestazione clinica. La medicina rigenerativa, vuoi con cellule staminali coltivate o con fattori di crescita come il nerve growth factor (NGF), potrà consentirci di favorire la riparazione in vivo in diverse patologie corneali in modo da ridurrei i rischi di comparsa di opacità o irregolarità permanenti ed evitare così il trapianto. Quando poi si renderà inevitabile il trapianto di cornea, i laser avranno magari raggiunto una tecnologia tale da rendere assolutamente riproducibile e precisa la lamellare anteriore profonda, oggi ancora completamente dipendente dall’esperienza e bravura del chirurgo. Mentre per il trapianto di endotelio penso si potrà arrivare presto ad iniettare direttamente le cellule endoteliali, anziché trapiantare il lembo posteriore come si fa oggi.