Maurizio Rolando

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Maurizio Rolando

a cura di Thea Farma

Una grande passione oltre a quella della medicina? Quella del Professor Maurizio Rolando, medico oculista esperto di superficie oculare, è l’arte contemporanea. Lo incontriamo al congresso SOL, per una chiacchierata “fuori dagli schemi” nel tempo di una pausa pranzo. Ancora prima di diventare medico il professor Rolando, infatti, ha sviluppato un grande interesse per l’arte e per il collezionismo. E questa intervista sarà anche l’occasione per chiedergli se è vero che per la laurea non ha chiesto un orologio o una stilografica, ma nientemeno che un’opera di Andy Warhol.

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Com’è nata la sua passione per l’arte?
“Probabilmente perché non volevo fare i compiti. Scherzo, ovviamente, ma quando ero ragazzino le gallerie d’arte erano aperte la domenica mattina, così io, a 12-13 anni, accompagnavo mia madre dai galleristi di Genova. Incuriositi nel vedermi, loro si soffermavano a raccontare i dettagli delle opere. Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis e altri maestri dell’arte contemporanea. Mi raccontavano tutto, così nel tempo ho sviluppato la capacità di cogliere i dettagli, le finezze delle opere. Qualche anno dopo, mia madre desiderava comprare opere d’arte contemporanea. Come primo passo mi regalò un abbonamento alla rivista Flash Art. Iniziai a girare, a vedere mostre, e mi fu subito chiaro che l’arte aveva subito grandi cambiamenti rispetto a quella che vedevo la domenica mattina. Ho intrapreso una «ricerca clinica» accurata sui nuovi artisti, l’intenzione era «raccogliere» la storia dell’arte proprio nel mentre veniva fatta. È così che sono diventato il curatore di una collezione nascente, con il sostegno di mia madre e assieme ai mie fratelli. Ho iniziato a collezionare a meno di 18 anni. Cercavo dalla Pop Art in avanti, sempre in questa modalità curiosa «madre-figlio». Avevo stilato una lista di opere che volevo comprare, artisti rappresentativi in quel momento, e andavo a cercarli. A Torino all’epoca c’era un grande gallerista, Gian Ezio Sperone, ma andavo anche all’estero. Parigi, Colonia, dove il mercato era grande. Erano i tempi del minimalismo e dell’arte concettuale. Ho passato i primi anni di medicina prendendo treni la mattina presto e rientrando a Genova con quello di mezzanotte.”

Anche la medicina è stata così appassionante?
“Sì, per me le due cose hanno tratti molto simili: è la voglia di sapere cosa c’è dietro.
Sono cresciuto in una famiglia di farmacisti e quando ero bambino, un’azienda regalava riviste mediche con i disegni di Crepax che raffiguravano i casi clinici. Già ero incuriosito. L’idea di fare il medico l’ho sempre avuta. Conoscere gli artisti, negli anni ha condizionato molto il modo in cui io ho fatto il medico: gli artisti sono disposti ad andare avanti caparbi per la loro strada. Lo stesso approccio l’ho avuto con la medicina, mi sono dedicato allo studio delle lacrime in tempi non ancora maturi. La medicina come l’ho voluta fare io e la storia dell’arte infatti non sono poi così distanti. Entrambe mi consentono di capire: la medicina mi permette di capire le necessità del paziente, l’arte mi dice: «Guarda che cosa stai vivendo in questo tempo». E citando l’opera di Paul Gauguin Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? la grande capacità dell’arte è capire le cose che stanno avvenendo. L’artista è in grado di vedere quello che succederà domani.”

Quanti pezzi vanta oggi la sua collezione?
“Premesso che è condivisa in parte con i miei fratelli, perché è quella che abbiamo messo insieme con mia mamma, sono circa 350 lavori. Io personalmente ne possiedo circa 200.
L’anno scorso abbiamo organizzato una mostra a Genova, per mostrare una parte della collezione, ma stiamo organizzando esposizioni altrove.”

Qual è l’opera a cui è più affezionato?
“Tutta la collezione per me è importante allo stesso modo, ma l’opera che ami di più è sempre l’ultima che hai aggiunto, perché ha la capacità di muoverti: l’arte buona ti deve “spostare”, deve darti qualcosa. Passi davanti a un’opera distrattamente, e lei è in grado di comunicare. Quando torni a guardarla sei già cambiato. La buona arte non ti annoia mai e ti aiuta a vivere.”

Un artista preferito?
“Non ho un artista preferito, ma ci sono nomi che mi hanno influenzato. Uno è Bruce Nauman, importante come Andy Warhol. Nauman è stato in grado di rompere le barriere dell’arte e ha introdotto una libertà molto superiore rispetto all’arte precedente. Warhol, ovvio, ha descritto esattamente il suo tempo e il suo modo di vivere: dietro Marilyn non c’è nulla, dietro Jackie non c’è nulla. Infine un artista che, secondo me, spiega bene il nostro tempo è Danh Vo perché ha una grande capacità di essere poetico e rappresentare la nostra attuale situazione instabile.”

È vero che come regalo di laurea lei ha ricevuto un quadro di Andy Warhol?
“Vero. Ho chiesto Jackie, il ritratto della ex first Lady americana Jacqueline Kennedy. Allora non costava più di un orologio. I miei fratelli hanno avuto un orologio.”

Negli anni, come ha conciliato la professione con il collezionismo?
“Facendo ricerca viaggio per congressi e riunioni e ho la possibilità di vedere l’arte contemporanea in tutto il mondo. Compro riviste, leggo, mi documento. Così come per la medicina, l’arte va studiata: l’arte contemporanea richiede uno sforzo per comprenderla, esattamente come la medicina e come il film lacrimale. La superficie oculare cerca di comunicare, ci invia in continuazione messaggi, è necessario imparare a raccoglierli e capirli.”

Riesce a descrivere brevemente cos’è per lei la passione per l’oculistica?
“Una passione che cresce. L’occhio è complesso, ma è raggiungibile. Nel senso che io posso raccogliere la maggior parte dei segnali che mi manda e imparare ad interpretarli. Questo crea un tipo di medicina solo in apparenza più semplice: in realtà favorisce e stimola la curiosità. Stessa cosa la mia passione per l’arte: mi consente di comprendere, mi diverte e mi spinge a cercare di capire perché le cose sono così come sono. L’arte ha uno sguardo strabico alle cose, guarda le stesse cose che vediamo noi, ma con un angolo di osservazione differente. Questo è altrettanto importante a livello scientifico: ti insegna che non esiste un solo modo di vedere le cose. Molto spesso le soluzioni le trovi proprio cambiando il tuo punto di vista.”
S.M.

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