Paolo Arpa

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Paolo Arpa

Primario di Oculistica all’Ospedale San Gerardo di Monza

Dottore, dal 2002 lei è Primario di Oculistica all’Ospedale San Gerardo di Monza, struttura molto riconosciuta anche al di fuori della Lombardia. Vuole spiegare ai lettori quali sono le eccellenze del reparto?

Le eccellenze del reparto sono innanzitutto le persone con cui lavoro. Non si pensi che un “capo” possa fare molto se non è adeguatamente supportato dai propri collaboratori. Tutti loro si danno quotidianamente da fare per mantenere uno standard di qualità elevato in molti ambiti clinici.
Personalmente mi occupo soprattutto di chirurgia retinica e vitreo-retinica, tuttavia il mio reparto può curare la quasi totalità delle patologie oculari utilizzando le più attuali tecniche diagnostiche e terapeutiche, perché in esso lavorano professionisti di grande livello cui devo la possibilità di lavorare in serenità. Questo rappresenta una “congiuntura fortunata”.

San Gerardo Monza

È dunque importante il lavoro di squadra per raggiungere risultati che soddisfino il paziente?

Il perseguimento di obiettivi complessi può essere raggiunto se la serenità dell’ambito lavorativo e di quello famigliare lo consentono. Un riconoscimento particolare quindi ai miei collaboratori ed alla mia famiglia per la tranquillità che mi hanno regalato.
La tranquillità intellettuale è quella che permette di provare e cimentarsi in tecniche nuove con la voglia di farlo e di investire energie e risorse in tecniche e tecnologie in cui noi medici crediamo. A questo proposito posso dire che spesso “vediamo giusto”, ma non sempre. E di questo dobbiamo chiedere perdono ai pazienti con cui abbiamo fallito. Per gli errori che abbiamo compiuto e per i successi cercati e non perseguiti. Purtroppo, come in ogni ambito medico, anche l’oculista deve operare scelte convalidate solo da una evidenza statistica, mai vera per tutti i casi. Non raramente dobbiamo curare malattie di cui non conosciamo la vera eziopatogenesi e con mezzi solo parzialmente proporzionati alla loro complessità.

Prima di lei il reparto era diretto dal professor Vito De Molfetta con cui ha vissuto gli anni “mitici” dell’introduzione della vitrectomia nel nostro Paese. Quali sono stati i motivi per cui la Scuola de Prof. De Molfetta è stata un riferimento in quegli anni? Proprio in un’intervista apparsa su Eye Doctor, lui ha detto di considerarla il suo erede. Lei si sente tale?

La tradizione chirurgica del reparto oculistico dell’Ospedale San Gerardo di Monza è stata sicuramente legata alla figura “mitica” del Prof. Vito De Molfetta che, grande chirurgo e grande lavoratore, lo ha portato alla ribalta della meritata notorietà in campo nazionale. Quando nel 1977 lo conobbi ed iniziai a lavorare con lui posso dire che mi trovai nel posto giusto al momento giusto. Se lui ne mise del suo, come noto, per fare di questo reparto quello che poi è divenuto, io (come tutti i mei colleghi di allora) cercai di mettere il più possibile del mio per collaborare e crescere nel migliore dei modi; se questo si è poi realizzato non posso che esserne grato al mio maestro.
Nella gerarchia delle persone cui devo la mia gratitudine un posto particolare lo meritano i colleghi con cui ho avuto l’onore di lavorare e crescere. Il “Prof”, fra i vari meriti, aveva anche il fiuto di scegliere come collaboratori le persone più capaci, tanto che queste sono poi tutte diventate professionisti affermati e molti occupano i primariati oculistici di un gran numero di Ospedali Lombardi. A questi colleghi devo una buona parte della mia crescita professionale. I talenti con cui ho avuto a che fare sono stati numerosi e da tutti ho assimilato qualche cosa.
Quello che più ricordo di allora è l’entusiasmo e la facilità con cui si potevano fare alcune cose che oggi sarebbe impensabile fare. In quegli anni stava nascendo la moderna chirurgia oculistica e quindi spesso ci si trovava a dover affrontare e risolvere situazioni nuove, non codificate. Ciò consentiva una libertà creativa che al San Gerardo è stata sempre promossa ed incoraggiata. Per fare un paragone con il mondo animale, cui peraltro noi umani apparteniamo, posso dire che ognuno nel proprio ambito di interessi e di comportamento viene “imprintato” dal capobranco. Il nostro capobranco ci ha saputo trasmettere il coraggio, la semplicità di pensiero e la consapevolezza dell’attimo presente. Credo che già questo possa valere l’insegnamento di una vita per tutti noi che lo abbiamo avuto come maestro.
Devo anche dire che poi da primario ho avuto la grande fortuna di avere collaboratori magnifici sia presso l’Ospedale di Lecco (il mio primo primariato), che presso l’Ospedale di Monza che nel 2002 mi scelse come successore del “Prof”. È stata sicuramente una impegnativa eredità.

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Come vede il futuro della professione?

Se devo spendere qualche parola sulla evoluzione della tecnologia e della ricerca, posso solo dire che ci troviamo di fronte ad un progresso che consente di raggiungere risultati inaspettati sino a qualche anno fa. Senza voler cadere in un patetico “amarcord” oftalmologico, è fuori dubbio che mai come oggi possiamo trattare patologie complesse ed invalidanti per le quali in passato la visita oculistica si concludeva con un “mi dispiace, ma non posso fare niente per lei”.
La vita media delle persone è aumentata ed insieme ad essa quella dei loro occhi. La prognosi di alcune patologie è migliorata ed i risultati funzionali ottenuti nel trattamento di altre sono quelli di una completa “restitutio ad integrum”. Si pensi a quanto si può ottenere oggi con la chirurgia della cataratta o delle maculopatie chirurgiche. L’evoluzione della farmacologia ha messo a disposizione dell’oculista delle armi con cui combattere i danni legati all’invecchiamento dei pazienti o ai danni di molte patologie cronico-degenerative, spesso legate al “miglioramento” delle condizioni generali di vita e di sopravvivenza della popolazione. Tuttavia si tratta di patologie in cui la tempestività della terapia è quasi sempre uno dei principali motivi di successo e tale tempestività è ostacolata da numerose incombenze che ormai sono anacronistiche per la nostra professione.
Nell’immaginario di molto pubblico e di molti amministratori l’oculista è lo specialista che, dopo una cospicua lista di attesa, produce in breve tempo molte visite, poco costose per le amministrazioni, e che quasi sempre terminano con una prescrizione di occhiali e di qualche collirio. Se si crede che la realtà sia questa, ci si sbaglia di grosso e si rischia non solo una cattiva programmazione, ma addirittura uno sciupio di risorse.
La chirurgia e la farmacologia ci hanno sì messo a disposizione stupendi mezzi, ma hanno anche aumentato a dismisura, in maniera logaritmica, l’impegno di tempo e di forze da dedicare ai pazienti malati. Con lo stereotipo dell’oculista cui accennavo prima si rischia al contrario di investire in prescrittori di lenti dediti alla medicina dei sani.
Tale atteggiamento deve cambiare non fosse altro per l’esiguo numero di specialisti che le scuole di specialità licenziano ogni anno. Quest’anno nel nostro paese saranno ammessi alla scuola di Oftalmologia circa 130 specializzandi in tutto: un numero assolutamente esiguo per l’assistenza dovuta, con le attuali regole, ad un numero di pazienti sempre maggiore e di sempre maggiore impegno. Come in altri paesi, si dovranno necessariamente demandare ad altre figure professionali le attività meno “mediche” che oggi di regola sono riservate allo specialista. Non so da quanti verrà condivisa questa mia opinione, ma i numeri parlano chiaro.
Vorrei concludere queste mie considerazioni spendendo qualche parola circa la preparazione che i giovani medici ed i giovani oculisti dimostrano: è sicuramente di grande livello, persino eccessivamente superspecialistica. Hanno una mentalità scientifica molto sviluppata nell’affrontare i problemi e studiano molto. Noi abbiamo necessità di professionisti che da subito, dopo l’uscita dalla scuola di specialità, siano preparati ad affrontare ogni patologia oftalmica e capaci di affrontare almeno la chirurgia di base. Queste capacità dovrebbero essere particolarmente valorizzate e costituiscono la sfida per la preparazione dei futuri colleghi oftalmologi (oculisti è un termine di altri tempi).