Anna Floriana Garofalo

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Come Heidi a Francoforte

a cura di Thea Farma

“Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle”, ha detto Lev Tolstoj: un genere di emozione unica che la Dottoressa Anna Floriana Garofalo, conosce bene. Oculista in studio privato a Bitonto (Bari) è lei la protagonista del sesto appuntamento della nostra rubrica. Ci racconta del suo amore per la natura, soprattutto per la montagna e per tutto ciò che è legato ad essa. Un amore che, unito alla sua particolare sensibilità, le ha fatto scoprire nel tempo la passione per la fotografia naturalistica. Con grande pazienza, esercizio e ottima conoscenza dell’ambiente naturale, virtù essenziali per questo tipo di fotografia, la dottoressa Garofalo riesce a esprimere le sue emozioni, ma anche a far emozionare attraverso immagini evocative e di grande bellezza.

Com’è nata la passione per la fotografia naturalistica?

“Nasce prima di tutto da una passione per la natura a 360 gradi. Mi è stata inculcata da mio padre: con la mia famiglia andavamo sull’Appennino abruzzese e sulle Dolomiti quasi tutte le estati e così mi sono innamorata di queste montagne. Da adulta poi ho unito all’amore per la natura, alle escursioni e alle passeggiate nei boschi, la passione per la fotografia naturalistica. Ho iniziato utilizzando semplici macchine fotografiche compatte, per poi arrivare ad avere un’attrezzatura professionale anche grazie ai consigli di amici che condividono la mia passione. La fotografia mi permette di staccare dalla routine. Vivendo in città dico sempre di sentirmi “come Heidi a Francoforte”, perché dalla finestra di casa e dal mio studio vedo solo cemento. Quando sono in montagna mi trasformo, a cominciare dal viaggio. Parto per la montagna abruzzese nei weekend, in media ogni quindici giorni, ma è sempre come se fosse la prima volta. É un viaggio che mi rilassa ed emoziona: vedere il subappennino che cambia con lo scandire delle stagioni, i colori che si alternano, tutto mi dà l’energia per affrontare poi la routine della settimana lavorativa. Durante le mie escursioni e passeggiate con lo zaino pesante di attrezzatura, cerco di raggiungere posti particolari e preziosi per gli appostamenti fotografici. Sono luoghi che ho imparato a conoscere bene: mi nascondo mimetica e aspetto pazientemente anche per 4 o 5 ore. Mi capita di partire la mattina presto per tornare indietro con il buio, lo faccio sia da sola che in compagnia. Negli anni ho imparato a conoscere le montagne, ad orientarmi e così a vincere la paura di restare nei boschi da sola ad assaporare il silenzio. Ho iniziato fotografando i grandi mammiferi, cervi, camosci, orsi e lupi. Poi sono passata agli uccelli, molto più difficili da fotografare, con appostamenti vicino ai laghi. Mi documento anche su riviste specifiche per scoprire le diverse abitudini degli animali, un vero e proprio studio che arricchisce il mio bagaglio culturale”.

Ci racconta un aneddoto legato alla sua passione?

“Nell’agosto 2012 avevo deciso con tre amici di raggiungere una precisa zona dell’Appennino abruzzese ricca di ramno, un arbusto montano che ha delle bacche di cui l’orso è ghiotto. Avevo il presentimento che sarei riuscita a vedere proprio in quel posto un orso in maniera ravvicinata. Così ci siamo appostati all’ora del tramonto e dopo circa 10 minuti un orso è uscito dal bosco. Si è avvicinato al ramneto a circa trenta metri di distanza da noi. L’orso è miope, ma ha un buon olfatto. Non si è accorto della nostra presenza, perché c’era molto vento e questo lo ha disorientato, così è rimasto tranquillo a mangiare. Dopo circa mezz’ora però, dal bosco è uscito un secondo orso più grosso e più scuro dell’altro, probabilmente un maschio. Ha spaventato il primo orso il quale è scappato avvicinandosi alla parete rocciosa vicina al nostro nascondiglio, tentando di arrampicarsi. Era a circa venti metri da noi, una scena magica! La luce del tramonto radente e calda, esaltava il giallo dell’erba secca e il pelo dell’animale, una luce perfetta per fotografare. Purtroppo però le mie foto non sono venute a fuoco, perché non sapevo di avere il filtro della macchina fotografica rotto. In altre occasioni ho incontrato di nuovo degli orsi, li ho fotografati, ma non c’era la luce perfetta di quel giorno”.

La medicina com’è entrata nella sua vita?

“Ho sempre amato le materie scientifiche e la scelta di fare il medico è dipesa sia dalla passione per la medicina di per sé, professione meravigliosa che ti permette di aiutare gli altri e migliorare così la qualità di vita dei pazienti, sia da questioni familiari. Il mio bisnonno era medico, ma purtroppo non l’ho mai conosciuto. Mia madre ci ha sempre parlato molto di lui: era il “medico dei poveri” che aiutava tutti, dai racconti ne sono rimasta affascinata. Tuttora conserviamo i suoi manoscritti, le lezioni che ha tenuto all’Università di Napoli, la sua attrezzatura medica. La specializzazione in oculistica invece è arrivata perché mia nonna, a cui ero molto legata e che viveva con la mia famiglia, è diventata cieca quindici anni prima della sua morte. Mi sarebbe piaciuto capirne di più”.

Riesce a riassumere cos’è per lei la passione per l’oculistica?

“L’oculistica è una specializzazione grande, come la vista, che ritengo sia una delle cose più importanti che abbiamo. Le soddisfazioni che arrivano dalla mia professione sono tante: poter risolvere i difetti visivi nei bambini, accorgersi tempestivamente negli anziani di una determinata patologia riuscendo così a salvar loro la vista e aiutarli a mantenere la loro autonomia. Poter aiutare gli altri perché possano continuare a guardare e conoscere il mondo è una delle cose più belle e soddisfacenti nella mia professione”.