L’alfabeto Braille: il tatto che diventa lettura

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Nel corso della storia dell’umanità le persone ipovedenti hanno sempre vissuto ai margini della società. Per molto tempo, infatti, al non vedente è rimasto precluso l’accesso allo studio e all’apprendimento (Salvatore Alessi, I veri miserabili: letture popolari intorno ai ciechi-nati e quelli dall’infanzia. Barbera, Firenze 1875) e lo svolgimento della maggior parte delle attività lavorative, anche di quelle più semplici. È solo a partire dall’invenzione dell’alfabeto Braille che i non vedenti hanno avuto la possibilità di leggere i testi scolastici e quindi di accedere all’istruzione. Ciò ha dato la spinta per un primo cambiamento culturale della società nelle relazioni con i non vedenti e la loro partecipazione alla comunità e alle relative attività. Ancora oggi, nonostante lo sviluppo della tecnologia digitale che ha consentito notevoli progressi per aiutare nella lettura le persone cieche, l’alfabeto Braille rappresenta un presidio fondamentale per gli ipovedenti. L’OMS stima che entro il 2050 a livello mondiale, con l’aumento della popolazione, potrebbero esserci 115 milioni di ciechi, rispetto ai 38,5 milioni del 2020. Da questi numeri è chiaro quanto sia importante poter contare su un sistema di lettura e di scrittura, come la lettura in Braille, condiviso a livello internazionale (Relazione del Ministero della Salute sullo stato di attuazione delle politiche inerenti la prevenzione della cecità, l’educazione e la riabilitazione visiva (legge 284/97), dati 2017). Proprio per questo può essere definito come una delle più grandi invenzioni della storia.

Fig. 1 Louis Braille. Ritratto di Lucienne Filipi. Braille Museum, Coupvray, Francia.
Fig. 2 Lapide di Louis Braille. Institution Royale de Jeunes Aveugle, Parigi.

La storia

Louis Braille nacque il 4 gennaio 1809 a Coupvray, un piccolo paese agricolo a circa 20 miglia da Parigi, e morì il 6 gennaio 1852, a soli 43 anni (fig. 1). Figlio di un ciabattino del villaggio, Simon-René ́ Braille, e di Monique Baron, era il più giovane della famiglia. All’età di tre anni perse l’occhio destro ferendosi con un attrezzo da calzolaio mentre giocava nella bottega del padre. Poco dopo anche l’occhio sinistro iniziò ad avere gravi problemi, verosimilmente causati da un’oftalmia simpatica. Così all’età di cinque anni Louis divenne completamente cieco. Considerata l’epoca e il buon livello culturale e di alfabetizzazione della famiglia di Louis, la cecità del piccolo creò verosimilmente nei suoi genitori preoccupazioni e riflessioni per il suo futuro in ragione delle forti limitazioni che la mattia determinava. All’età di dieci anni, il giovane Louis venne portato all’Institution Royale de Jeunes Aveugle a Parigi, una scuola per ciechi organizzata presso un antico e malsano edificio del seminario di San Fermìn della Congregazione religiosa di San Vicente de Paul (fig. 2). Come se la cecità non bastasse, all’età di 26 anni iniziarono a comparire i primi sintomi della tubercolosi. A partire dal 1840, la salute subì un netto peggioramento, tanto da rendere difficoltoso a Louis frequentare le lezioni. Nonostante le problematicità che Louis si trovò ad affrontare, le fonti disponibili sul suo conto descrivono una persona molto gentile, brillante, sensibile e profondamente religiosa, nonché, come detto, particolarmente predisposta alla musica, tanto da diventare un musicista molto apprezzato. La generosità di Louis era tale che, da quanto risulta, decise di cedere il suo posto di organista nella chiesa parrocchiale ad un altro studente cieco, che al termine del corso di studi non aveva più fondi sufficienti per mantenersi. La vita professionale di Louis fu positiva. L’8 agosto 1828 assunse presso il collegio il ruolo di “répétiteur”, una specie di apprendista insegnante, venendo così lui stesso ad insegnare agli studenti ciechi. Nel 1833 Louis Braille fu promosso insegnante da parte del ministro francese Louis Adolphe, su suggerimento del direttore dell’Institution Royale de Jeunes Aveugles.

Invece, il merito di Louis per avere dato vita a un’invenzione rivoluzionaria e di forte impatto sociale e umano ricevette solo un riconoscimento “privato” da parte di una piccola cerchia di persone. L’alfabeto, infatti, non fu premiato con alcuna onorificenza pubblica. Per una “partecipazione” delle istituzioni all’opera di Louis si deve aspettare ben oltre la sua morte (avvenuta il 6 gennaio 1852, a 43 anni). Il 22 giugno 1952, in occasione della commemorazione del centenario della sua morte, i suoi resti furono trasferiti dal piccolo cimitero di Coupvray al Pantheon degli Uomini illustri di Francia. A questo atto solenne prese parte anche presidente della Repubblica francese per rendere omaggio a questo personaggio speciale. Seppure tardiva, la consacrazione di Louis Braille come “uomo illustre” è sorprendente se pensiamo come nel corso della storia i ciechi siano sempre stati considerati dalla società come reietti e uomini dannati e quindi da emarginare. Oggi i resti di Louis Braille riposano accanto a personaggi storici come Victor Hugo, Voltaire, Rousseau, Emile Zola, Pierre e Marie Curie.

Origini e invenzione del linguaggio Braille: i precedenti sistemi

Il primo sistema di lettura al tatto per non vedenti fu creato dal gesuita Francesco Lana Terzi (1631-1687) nella sua opera del 1670, “Prodromo” (Francesco Lana, visionario tra velivoli e l’alfabeto dei ciechi, E. Raggi, Giornale di Brescia, 2011). A differenza dei metodi di lettura e scrittura per ciechi inventati in precedenza, l’alfabeto creato da Lana si basava su un sistema di segni fatto da una serie di linee percepibili al tatto. Vi fu un solo dettaglio che impedì all’invenzione di Lana di avere successo: il gesuita non comprese che i punti, a differenza delle linee, sarebbero stati più facilmente riconoscibili con la sensibilità delle dita.

Scarsa fortuna incontrò anche il sistema di lettura creato da Valentine Haüy (1745-1822), che riportava in rilievo le intere lettere così da renderle riconoscibili attraverso il tatto (M. Alliegro. L’educazione dei ciechi. Storia, concetti, metodi, Armando, Roma, 1991). Tale sistema fu adottato dal Convitto Institution Royale de Jeunes Aveugles per l’istruzione dei propri allievi ciechi (anche se, in realtà, i libri disponibili con le lettere erano pochissimi – solo 14 opere – e peraltro di scarsa utilità pratica). Un sistema di lettura che, invece, presentò qualche elemento positivo in più fu quello inventato da Charles Barbier de la Serre, un ingegnere dell’esercito francese. Barbier, spinto dalla necessità di trovare una soluzione per inviare messaggi dal contenuto segreto e leggibili al buio delle trincee, si cimentò nello studio di un nuovo sistema di comunicazione codificato: una lavagna in legno con incisioni in rilievo, basate su due file di punti. L’ingegnere ebbe il merito di comprendere che i punti erano maggiormente percepibili dal dito e su questo basò il suo innovativo sistema di rappresentazione fonetica della lingua (Philippa Campsie. Charles Barbier: A hidden story. Disability Studies Quarterly, Vol. 41:2, 2021). Tuttavia, l’utilizzo di celle troppo grandi rendeva difficile la percezione da parte dall’unità sensoriale (il dito) in un solo passaggio, così anche il sistema di Barbier cadde presto in disuso.

Va precisato che seppure l’invenzione di Barbier non fosse sin dall’inizio volta a offrire un supporto ai ciechi, l’ingegnere capendo l’importanza per questi ultimi della sua invenzione nel 1820 presentò il suo sistema all’Istituto per ciechi di Parigi. A quella lezione partecipò anche il giovane Louis che da tempo si dedicava allo studio della lettura tattile. Fu proprio sfruttando le idee di Barbier che Louis Braille riuscì a progettare il suo alfabeto apportando delle piccole modifiche alla lavagna da questi studiata. Egli comprese che utilizzando il sistema di punti, il cieco potesse sfruttare il tatto come senso vicariante della vista. Proprio seguendo questa intuizione codificò un sistema più semplice basato esclusivamente su punti in rilievo, migliorando e semplificando il metodo di lettura basato sul tatto (fig. 3). Per prima cosa Louis ridusse il numero dei punti in rilievo da dodici a sei, in modo che si adattassero tutti sotto i polpastrelli delle dita e fossero più facili e veloci da leggere (fig. 4). Partendo da ciò, creò un alfabeto completo, comprensivo di punteggiatura, segni numerici e cifre. Questa caratteristica rappresentò l’elemento chiave di distinzione dal sistema fonetico di Barbier. Nel 1825, a soli 16 anni, Louis Braille completò l’essenza della scrittura al tatto e la procedura fu pubblicata nel 1829 (“Proce ́de ́ pour e crire les paroles, la musique et la plain-chant au moyen de points, all’usage des aveugles et disporre ́s por eux, Par L. Braille’)’. Poco più tardi, il suo essere musicista, spinse Louis a adattare il suo sistema alla musica, incorporando spartiti musicali (fig. 5). Nel tempo, eliminò tutti i segni che potessero generare confusione, conservando solo quelle combinazioni fondamentali per creare immagini nitide sotto le sue dita. L’invenzione di Braille rappresentò un vero e proprio passaggio epocale e permise di superare alcuni preconcetti che consideravano inutile insegnare l’ortografia ai non vedenti. 

Fig. 3 Metodo di lettura Braille basato sul tatto.
Fig. 4 Alfabeto Braille.

Espansione dell’alfabeto Braille 

L’accettazione da parte della comunità medico scientifica e la diffusione del sistema Braille è stata lenta, ma inarrestabile. La gran parte della società ha accolto inizialmente con fatica l’idea di prevedere per i ciechi un sistema di lettura ad hoc, diverso da quello dei vedenti.

Nel 1837 fu stampato il primo libro con il sistema Braille; il testo, intitolato “Précis sur l’histoire de France divisée par siécle, accompagné de synchronismes relatifs a l’histoire générale placés à la fin de chaque régne”, era composto da 152 pagine, incollate sul fronte e sul retro e riportanti i punti in rilievo (fig. 6). Solo nel 1854 il sistema Braille fu adottato ufficialmente in Francia. Occorre aspettare il Congresso Universale per ciechi e sordomuti, svoltosi a Parigi nel 1878, per l’accettazione del sistema Braille come universale sistema di lettura per non vedenti. Solo nel 1950 l’UNESCO ha universalizzato l’alfabeto Braille e nel 2005 il sistema Braille è stato riconosciuto come “lingua vitale di comunicazione, legittima come tutte le altre lingue nel mondo”. Così la parola Braille è definita in tutti i dizionari del mondo come il sistema di scrittura dei non vedenti.

Fig. 5 Alcune battute di uno spartito, riportate in codice musicale Braille.
Fig. 6 Pagina 14 del testo pubblicato da Braille.

Conclusioni

Oggi la tecnologia digitale consente di supportare la persona non vedente sia nella lettura che nella scrittura. Gli audiolibri, i sintetizzatori vocali, gli smartphone hanno fatto sì che l’alfabeto Braille non sia più l’unico e indispensabile strumento per la lettura delle persone cieche. Tuttavia, nonostante l’evoluzione tecnologica, il sistema Braille rimane uno strumento ancora unico; ciò in ragione della sensazione tattile su cui si basa, che è in grado di stimolare aree cerebrali in modo molto accentuato rispetto a quanto avviene ascoltando un audiolibro. Il termine “toccare le parole” penso riesca ad evidenziare come la percezione tattile sia capace di sollecitare l’intelligenza, la fantasia, il pensiero, lo sviluppo del linguaggio e dell’immaginazione dei non vedenti, persone dotate di una sensibilità meravigliosa.

Come Heller Keller, sordo e cieco, dichiarò “noi, i ciechi, siamo in debito con Louis Braille come lo è l’umanità con Gutenberg”.