Videoterminale e luce blu: il punto e l’esperienza sul campo

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Videoterminale e luce blu: il punto e l’esperienza sul campo

Riassunto

Gli effetti della luce blu, prodotta dagli schermi dei dispositivi elettronici, sull’apparato oculo-visivo sono ancora oggetto di studio, ma, tra i principali disturbi correlati, spicca la ‘sindrome dell’occhio secco’. In questo contributo vengono presentati sia una revisione della letteratura scientifica del settore che i risultati di una indagine sull’effetto protettivo di una soluzione lacrimale schermante la luce blu in una popolazione di videoterminalisti.

La crescente esposizione al videoterminale in ambito domestico durante il ‘lockdown’, conseguenza dell’emergenza pandemica, e l’attuale consistente ricorso al cosiddetto ‘smart working’* hanno incrementato il rischio di affaticamento visivo (astenopia occupazionale) fra gli addetti al videoterminale (1), portando alla ribalta vecchi e nuovi ‘rischi per la vista e per gli occhi’ (art.174, comma 1, D.Lgs.81/08 e s.m.i.).

In Italia, da oltre vent’anni, i medici competenti sono impegnati quotidianamente nella sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti al videoterminale oltre 20 ore settimanali, attraverso lo screening ergoftalmologico di primo livello e nell’ambito di una più ampia azione preventiva, che comprende schematicamente la collaborazione con (art.25, comma 1, Titolo VII, Attrezzature munite di videoterminali, artt.172-179, Allegato XXXIV D.Lgs.81/08 e s.m.i.):

  • l’analisi dei rischi ergonomici nelle singole postazioni;
  • la formazione-informazione mirata ai rischi specifici;
  • l’adozione di specifiche misure preventive e protettive.

A proposito della protezione degli addetti, uno degli aspetti emergenti è senza dubbio costituito dall’esposizione degli occhi alla luce blu emessa dagli schermi LCD (liquid cristal display), LED (light emitting diode) e OLED (organic light emitting diode) dei computer. Si tratta di una problematica studiata da diversi anni, ma nell’ambito di una produzione disordinata e a volte contraddittoria, che non fornisce indicazioni univoche e consolidate, soprattutto ai medici competenti, che hanno la responsabilità penale di tutelare la salute dei pazienti-lavoratori a loro affidati (art.25, comma 1 e Titolo VII D.Lgs.81/08 e s.m.i.).

Da questa premessa è nata l’idea di fare il punto sulle conoscenze disponibili, aggiornando un precedente contributo realizzato per la platea dei medici competenti (2), e di avviare una piccola esperienza clinica sul campo, alla luce dalla recente introduzione sul mercato di soluzioni oftalmiche come dispositivo di protezione e certificate verso la luce blu ed altre fonti luminose.

La mia idea è stata quella di evidenziare l'innovativa attività della soluzione oftalmica per la protezione contro i danni da ‘luce blu’, attraverso l’esperienza su un campione di operatori al videoterminale affetti da ‘secchezza oculare’, selezionati nell’ambito della sorveglianza sanitaria svolta ai sensi di art.176, comma 1 lettera a) D.Lgs.81/08 e s.m.i.

Fig. 1 Spettro luminoso visibile e non visibile.
Fig. 1 Spettro luminoso visibile e non visibile.

Gli effetti della ‘luce blu’

La luce blu si identifica in quello spettro della luce visibile con lunghezza d’onda compresa fra 380 e 490 nm che può indurre un danno retinico di natura fotochimica con massima efficacia tra 440 e 443 nm, prevenibile, rispettando i valori limite di esposizione, per quanto riguarda i danni (fig. 1) acuti, mentre attualmente non sono noti limiti di sicurezza (VLE) per la prevenzione di danno retinico da esposizione cronica (3).

È noto il possibile coinvolgimento della ‘luce blu’ nell’induzione e nella progressione del danno per alcune patologie del tessuto retinico, in particolare per la degenerazione maculare legata all’età (age-related macular degeneration – AMD) con i seguenti fattori favorenti: fumo, obesità, diabete, ipertensione arteriosa, presenza di drusen nell’epitelio pigmentato retinico, dieta povera di antiossidanti (inclusa luteina e zeaxantine) (4).

Le categorie di pazienti-lavoratori ritenute a maggiore rischio, o comunque ipersuscettibili, comprendono (5):

  • assuntori di farmaci fotosensibilizzanti (amiodarone, clorochina, fenotiazine, ibuprofene, etc.);
  • soggetti affetti da maculopatie, lesioni colobomatose o portatori di drüsen;
  • soggetti pseudofachici (salvo portatori di IOL fotoselettive).

Per quanto riguarda l’esposizione professionale al rischio sono stati misurati i valori di luce blu prodotta da diverse fonti illuminanti, compresi computer e dispositivi portatili: in nessun caso è stato valutato un superamento dei valori internazionali di esposizione al rischio specifico, anche per lunghi tempi di esposizione (6).

Perciò, con riferimento agli schermi dei dispositivi non c’è una evidenza epidemiologica di danno retinico causato da ‘luce blu’ e non sorgono, al momento, elementi di preoccupazione per la salute degli utilizzatori (5, 7, 8).

Tuttavia, pubblicazioni più recenti hanno identificato possibili danni a diverse strutture oculari. Oltre all’incremento dei disturbi visivi e alla ridotta performance visiva per azione della luce blu sui fotorecettori (9), si segnalano alterazioni al cristallino verso l’opacizzazione (cataratta), lesioni alla superficie oculare con comparsa di secchezza (riduzione del TBUT, tear break-up time), danno epiteliale (aumento dello ‘staining’, o colorazione, alla fluorescina) e infiammazione corneale prodotta dall’incremento delle citochine, alterazioni del ‘ruolo barriera’ dell’epitelio (10, 11).

Queste ultime evidenze diventano peraltro suggestive nel determinismo della dry eye syndrome o disease (DES/DED), nota in Italia come ‘sindrome dell’occhio secco’, che insieme ai disturbi oculomotori rappresentano le più comuni alterazioni che caratterizzano la cosiddetta CVS, computer vision syndrome (12, 13, 14).

L’occhio secco (dry eye syndrome)

Si tratta di una malattia multifattoriale della superficie oculare caratterizzata da una perdita di omeostasi del film lacrimale e accompagnata da sintomi oculari, in cui l’instabilità e l’iperosmolarità del film lacrimale, l’infiammazione e le lesioni della superficie oculare e le anomalie neurosensoriali svolgono ruoli eziologici (15).

Un’altra pubblicazione ha individuato, come principale causa del DES, l’ipofunzione lacrimale che risulta significativamente accentuata con il numero di anni di lavoro davanti al personal computer (16). Nella letteratura scientifica internazionale la prevalenza della DES tra i videoterminalisti risulta molto variabile. Prendendo spunto dalle fonti bibliografiche più recenti, Kawashima stima la prevalenza di DES al 36 % (17), Rossi e Uchino rispettivamente al 23,4 e 11,6 % per quando riguarda le forme ‘accertate’ (18, 19), mentre in una revisione sistematica di Courtin si attesta al 49,5 %, ma con una estrema variabilità, compresa fra 9,5 % e 87,5 % a causa dell’eterogeneità dei criteri diagnostici utilizzati: questionari sui sintomi, anomalie del film lacrimale oppure lesione dell’epitelio corneo-congiuntivale (20).

Inoltre, la DES risulta più spesso presente nel genere femminile rispetto al maschile, anche maggiore del doppio (19, 21), cresce con l’età e il numero di ore di esposizione (18, 19, 20). Peraltro, ad ulteriore giustificazione della eterogeneità dei dati, nelle indagini citate sembrano sottovalutati alcuni aspetti extra-oftalmologici, rilevanti nel campo della medicina del lavoro: sanitari (presenza, o meno, della sorveglianza sanitaria), ergonomici (layout della postazione di lavoro), organizzativi (rispetto delle pause, ripetitività, autonomia, ecc.), climatici (parametri termoigrometrici) e formativi (periodica formazione-informazione oppure coaching individuale).

In ogni caso è evidente la necessità di implementare i criteri diagnostici al fine di stabilire stime più attendibili e perciò di sviluppare appropriate azioni preventive in ambito occupazionale (21). Per quanto riguarda l’azione terapeutica nei confronti della DES, gli oftalmologi puntano sulla prevenzione e il trattamento precoce.

La letteratura specialistica, oltre a correggere fattori di rischio e a trattare eventuali patologie associate, raccomanda di agire su aspetti correlati alla gestione del lavoratore al videoterminale: pause, posizione schermo, controllo luce blu, sostituti lacrimali (22).

Le misure preventive e protettive

Negli anni i cambiamenti dell’organizzazione del lavoro e i moderni stili di vita hanno incrementato l’esposizione degli occhi alla luce blu prodotta da schermi LCD, LED e OLED, dallo smartphone al pc desktop. Ad oggi l’esposizione alla luce blu prodotta dai vari tipi di schermo sembra sotto controllo e non evidenzia danni oculo-visivi, almeno a breve termine.

Tuttavia, la mancanza di studi sugli effetti a lungo termine e alcune recenti evidenze sperimentali suggerirebbero l’adozione di misure protettive a titolo cautelativo, dalle applicazioni che riducono sullo schermo la quantità di luce blu prodotta, agli occhiali con uno specifico filtro, ai colliri lubrificanti contenenti agenti antiossidanti.

Entrando nello specifico, molti personal computer e smartphone sono già dotati di applicazioni che consentono di inserire un filtro per la protezione contro i danni da ‘luce blu’, oppure di programmarlo in base all’orario di utilizzo. Una pubblicazione ha accertato che la ‘modalità night shift’ riduce il danno (reversibile) alla superficie oculare (film lipidico) caratterizzato da riduzione ammiccamenti e incremento degli ammiccamenti incompleti, presente nella visione ‘normale’ di uno schermo a distanza di 40 cm. (23).

Un altro contributo ha misurato nella percentuale del 56 % la quantità di luce blu che viene abbattuta con l’attivazione del filtro, pur mantenendo invariata la visibilità dello schermo a cristalli liquidi (24). La letteratura scientifica si è recentemente dedicata all’efficacia degli occhiali con filtro per la protezione contro i danni da 'luce blu’, ma con risultati controversi.

Se una revisione del 2017 non ha individuato studi approfonditi che dimostrassero un effetto protettivo degli occhiali dotati di ‘filtro’ (25), una pubblicazione del 2020 riferisce un significativo beneficio tra chi ha utilizzato questa misura protettiva (26). Inoltre, uno studio dedicato ad occhiali che riducevano il passaggio di luce blu del 50% ha evidenziato un miglioramento delle performance visive tra gli operatori colpiti da occhio secco e nessuna differenza tra chi aveva una normale funzione visiva (27).

Infine, Sheppard, nell’ambito di una revisione della letteratura più recente, evidenzia risultati contrastanti, dovuti alla scarsa coerenza fra riscontri soggettivi e obiettivi negli utilizzatori professionali di occhiali dotati di filtro anti luce blu (12). Per quanto riguarda le soluzioni oftalmiche protettive da 'luce blu’, alcuni autori consigliano l’utilizzo di agenti antiossidanti, pro-enzimatici e neuro-protettivi, pur auspicando ulteriori studi a conferma (11).

Infatti, una recente revisione della letteratura (14) evidenzia la necessità di ulteriori indagini per valutare l’efficacia dei sostituti lacrimali nei confronti dei disturbi derivanti dall’occhio secco, correlato all’utilizzo del videoterminale.

La soluzione oftalmica protettiva nei confronti di fonti luminose in particolare da 'luce blu’

In tempi recenti sono state messe in commercio in Italia alcune soluzioni oftalmiche schermanti fonti luminose nocive in particolare la 'luce blu’, che presentano anche un'azione lubrificante a protezione dell’epitelio corneo-congiuntivale.

Questa interessante novità ha suggerito di procedere con l’osservazione, nei confronti della ‘secchezza’ lamentata da un gruppo selezionato di lavoratori al videoterminale, dell’effetto a breve termine di una soluzione oftalmica anche lubrificante con azione schermante della 'luce blu’.

Il prodotto che ho utilizzato nella indagine è certificato e classificato come ‘dispositivo di protezione individuale’, e prevede come da FI l'assunzione di 1/2 gocce: ma in questo caso è stata somministrata solo una goccia per occhio ad inizio mattinata e ad inizio pomeriggio, a protezione di circa 4 ore (28). Il prodotto è formulato con i seguenti principi attivi: riboflavina sodio fosfato-Vit B12, vitamina E TPGS, sodio ialuronato, methyl sulfonyl methane-MSM, I-prolina, l-glicina, l-lisina cloridrato, l-leucina, sodio fosfato bibasico dodecaidrato, sodio fosfato monobasico monoidrato, sodio cloruro, acqua p.p.i.. Senza conservanti.

L’esperienza sul campo

È stata avviata la selezione nell’ambito di una popolazione sottoposta a sorveglianza sanitaria ai sensi di art.174 D.Lgs.81/08 e s.m.i. (esposizione al videoterminale almeno 20 ore settimanali) con l’obiettivo di raggiungere un campione di almeno 20 soggetti, utilizzando il criterio di significatività del disturbo oculo-visivo proposto dalle linee guida SIMLII 2013 (29): disturbo ‘secchezza agli occhi’ riferito almeno tre volte alla settimana (tab. 1).

Tab. 1
Tab. 1

Va precisato che tale soglia corrisponde ad un livello di astenopia considerato ‘significativo’ (livello 3 su 4: trascurabile, lieve, moderata, intensa), poiché richiede l’intervento del medico competente. Poiché lo screening ergoftalmologico di primo livello non presenta finalità diagnostiche, comprendendo soltanto test funzionali per verifica della compatibilità con l’attività al videoterminale (30), è stato individuato nell’OSDI il questionario da somministrare ai casi selezionati.

L’Ocular surface disease index questionnaire è uno strumento valido e affidabile nella misura della gravità della ‘malattia sindrome da occhio secco’ e possiede le necessarie proprietà psicometriche per essere utilizzato come ‘end point’ nei trials clinici (31) (tab. 2).

Sono stati selezionati 20 soggetti, n°18 femmine e n°2 maschi, che hanno utilizzato il collirio secondo la posologia indicata, compilato e infine restituito il questionario OSDI dopo almeno due settimane di assunzione. Il dato evidenzia una netta prevalenza del genere femminile, ma risulta allineato alla ‘tendenza’ espressa dalla letteratura scientifica (21).

Tab. 2
Tab. 2
Tab. 2
Tab. 2

In tabella 1 sono elencati età, genere, ‘punteggio OSDI’ calcolato prima e dopo l’assunzione della soluzione oftalmica, la classe OSDI occupata prima e dopo l’assunzione (tab. 3).

L’età è compresa fra 33 e 56 anni, media 47 con D.S. + 7,30. Anche la media anagrafica, con netta prevalenza di ultraquarantacinquenni (3 su 4), rappresenta un dato allineato alla letteratura scientifica (18, 19, 20). Schematicamente i risultati del calcolo OSDI evidenziano, prima e dopo il trattamento con la soluzione oftalmica:

  • n°4 soggetti con punteggio invariato = 20% della popolazione esaminata;
  • n°8 soggetti con punteggio lievemente migliorato senza avanzamento di ‘classe’ = 40%;
  • n°8 soggetti con punteggio molto migliorato con avanzamento di ‘classe’ = 40%.

Il dato complessivo sull’effetto terapeutico appare favorevole, evidenziando nell’80% dei casi una attenuazione dei disturbi, tra i quali spicca un 40 % con miglioramento marcato.

Tab. 3: Età, genere, ‘punteggio OSDI’ calcolato prima e dopo l’assunzione della soluzione oftalmica, la classe OSDI occupata prima e dopo l’assunzione.
Tab. 3: Età, genere, ‘punteggio OSDI’ calcolato prima e dopo l’assunzione della soluzione oftalmica, la classe OSDI occupata prima e dopo l’assunzione.

Il risultato dell’indagine su una piccola popolazione di operatori ha evidenziato una attenuazione del disturbo visivo correlato all’esposizione al videoterminale nell’80% dei casi.

Tra questi operatori, la metà dimostra un miglioramento marcato. In sintesi, si tratta di una esperienza limitata che non fornisce indicazioni definitive, a causa della parziale disponibilità dei dati della popolazione di videoterminalisti e del campione ridotto, ma può costituire uno stimolo per ulteriori indagini su una problematica ancora poco approfondita.

Conclusioni

L’osservazione degli effetti del collirio per la protezione contro i danni da ‘luce blu’, tramite la somministrazione del questionario OSDI ad un campione di videoterminalisti, produce soltanto una prima impressione sull’efficacia terapeutica in merito ai disturbi da ‘occhio secco’, che tuttavia sembra essere promettente.

Va anche precisato che i dati disponibili e la procedura seguita nell’ambito della sorveglianza sanitaria di una popolazione di videoterminalisti ai sensi di art.176 D.Lgs.81/08 e s.m.i. non forniscono gli elementi necessari a valutare l’efficacia della nuova generazione di soluzioni lacrimali.

Il contributo fa anche il punto sul tema interdisciplinare della protezione dalla luce blu emessa dagli schermi, argomento dibattuto nella comunità scientifica degli oftalmologi e di crescente interesse nel campo della medicina del lavoro.

Peraltro, in questo ambito i medici competenti, impegnati in particolar modo negli uffici, sono soggetti a richieste di informazioni e supporto da parte degli operatori al videoterminale, ma anche responsabili penalmente nella loro azione di prevenzione e protezione dei lavoratori presso le aziende.

Tale esigenza si è anche accentuata negli ultimi tempi con l’esplosione del ‘remote working’, accelerato dall’emergenza pandemica da Covid-19 con maggiore utilizzo di dispositivi portatili, che ha coinvolto in Italia milioni di lavoratori, producendo un incremento dei tempi di esposizione al videoterminale in condizioni spesso disagevoli e conseguentemente dei possibili disturbi correlati.

Dal punto di vista oftalmologico, diverse pubblicazioni illustrate in questo contributo, oltre a collegare l’esposizione alla luce blu con alterazioni anatomo-funzionali di alcune strutture oculari, evidenziano l’opportunità di adottare specifiche misure protettive per gli occhi. In ogni caso si rendono necessari ulteriori studi, preferibilmente a carattere interdisciplinare, al fine di acquisire dati consolidati e soprattutto di produrre indicazioni condivise per la tutela dell’organo della vista degli operatori al videoterminale.

L’autore dichiara l’assenza di conflitti di interesse.

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